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Luca Pancrazzi

Pancrazzi realizza le sue opere con un senso globale ciclico interpretabile attraverso le serie di opere che in maniera autonoma si intrecciano e si dipanano nel tempo e che individualmente sono protagoniste di una trama interpretativa più ampia.

Lucio Pozzi

Lucio Pozzi è un’artista che ha incontrato durante la sua vicenda artistica le avanguardie americane con le quali ha condiviso temperature e sperimentazioni tra gli anni sessanta e settanta, essendosi trasferito a New York proprio in quel momento fertile e problematico che coincide con il minimalismo, l’arte concettuale, l’antiform.
Sebbene coerente con il suo tempo e la sua ricerca, Pozzi ha sempre considerato centrale il problema linguistico della pittura sia nella sua componente dialettica di segno e superficie, sia nella funzione di connotato emotivo del colore.
Questa duplice indagine Pozzi la esplica in forme molteplici in cui l’immagine è sempre legata alla natura fenomenica, sebbene a volte del tutto secondaria nella soluzione visiva.
Dalla performance all’installazione ambientale, le opere di Lucio Pozzi hanno sempre ben chiari due sistemi oppositivi, un dialogo che ha sempre sfuggito la narrazione didascalica e il semplice commento della realtà.

Lucio Pozzi è nato nel 1935 a Milano. Dopo aver vissuto alcuni anni a Roma, dove studiava architettura, nel 1962 si trasferisce negli Stati Uniti come ospite del Seminario Internazionale di Harvard. In seguito si sposta a New York, prendendo la cittadinanza Americana. Oggi divide il suo tempo fra Hudson, cittadina a nord di New York, e Valeggio sul Mincio, borgo situato fra Mantova e Verona.
Artista segretamente sovversivo, invece di scrivere manifesti, ha usato l’Arte Concettuale come punto di partenza per mettere in discussione i presupposti dell’arte e andare in cerca dell’intensità e dell’ispirazione in una struttura di continuo avvicendamento di esperienze artistiche differenziate. Pensa che la coerenza di stile e significato non dipendano dalle formule ma si rivelino senza calcoli preliminari nella pratica dell’artista.
Poliedrico e coerente, vulcanico e rigoroso, sempre di corsa tra New York e la Pianura Padana, Lucio Pozzi è l’eterno enfant terrible della Pittura Analitica, ma anche un maestro di grande valore teorico e di inesauribile fertilità realizzativa. Grande e instancabile sperimentatore di tecniche e linguaggi, nelle sue opere giovanili si riflettono le grandi correnti artistiche europee – cubismo, surrealismo, metafisica – su cui ha innestato successivamente la conoscenza non superficiale dei grandi artisti e movimenti americani, dall’Espressionismo Astratto alla Scuola di New York, dall’Arte Concettuale a Fluxus, con un fare artistico che di fatto trascende la nozione di stile, nel senso convenzionale del termine, per approdare ad una ricerca eclettica ma intimamente ed innegabilmente coerente che rifiuta criteri rigidi ed etichette.
La sua arte è inclusa in innumerevoli collezioni private e pubbliche, e le sue opere sono esposte al Museum of Modern Art di New York, al Museum of Contemporary Art di Chicago, all’Art Gallery of Ontario, alla New York Public Library, al Detroit Institute of Arts, al Fogg Art Museum, al Herbert and Dorothy Vogel Collection e al Whitney Museum of American Art.
Il suo lavoro è stato presentato a Documenta 6 (1977) e nel padiglione Americano della Biennale di Venezia (1980). Nel 1978 Il Museum of Modern Art gli dedica una delle prime mostre personali della serie Projects Video. Ha insegnato alla Cooper Union, al master di scultura della Yale University, alla Princeton University, al Maryland Institute of Art, all’Accademia di Brera. Fa parte della facoltà della School of Visual Arts di New York.
Ha all’attivo esposizioni nei musei dell’Univesità del Massachusetts, di Bielefeld e Karlsruhe, allo Studio Carlo Grossetti di Milano e nelle gallerie newyorkesi di Leo Castelli, John Weber e Susan Caldwell.
L’insegnamento è per Pozzi un’ulteriore maniera per contestare i dati comunemente accettati e sondare la pratica artistica nel tessuto dell’arte moderna. Invece di gridare slogan sensazionali, egli pratica una sottile, capillare, individuale, caso per caso, infiltrazione guerrigliera.
Il critico e curatore Antony Hudek ha così definito Pozzi nel 2006 durante la sua presenza al MocaMaas di Maastricht in Olanda: “Lucio Pozzi elude sistematicamente le classificazioni stilistiche. Egli attraversa qualsiasi definizione accettata o accettabile di genere e strumento o materiale. La sua pratica è deterritorializzata all’estremo. Essa è organizzata secondo certi princìpi – schemi, mappe, liste – che poi sempre vengono trasformati in mere probabilità eterogenee.

Francesco De Grandi

Francesco De Grandi Interessato alla matrice ontologica della Pittura come percorso di  conoscenza, trova nei motivi archetipici della sua storia una via per l’elevazione spirituale in una forma del dipingere quasi meditativa.

Antonio Catelani

Dalla metà degli anni ’80 Antonio Catelani è impegnato in una riflessione sui processi normativi nel campo della scultura con evidenti rimandi all’architettura. Ogni atto è un determinato interrogarsi sullo statuto dell’opera, dove la fisicità della scultura è sospinta al confine labile tra progetto e oggetto, attraverso un indebolimento dei margini tra differenti discipline. La riduzione formale non conduce all’oggettivazione propria del Minimalismo anzi differisce da questi per discontinuità e provvisorietà di forma quanto per eccesso di significati e dati percettivi.

Giuseppe Adamo

Raffinato pittore tra i più preziosi della nuova scena pittorica siciliana, Adamo pensa al linguaggio pittorico libero da necessità narrative o di rappresentazione, muovendosi in una terra di confine tra figurazione e astrazione. Le sue opere sono superfici lisce e levigate, totalmente prive dello spessore del materiale, da cui emergono forme tridimensionali che richiamano il mondo minerale e vegetale; sono ottenuti da una pittura molto fluida, fatta di smalti, trasparenze e variazioni tonali, attraverso un processo pittorico che in un certo senso imita i processi generativi della natura. La pittura di Adamo è stata recentemente strutturata attraverso una trama di verde, ocra, grigio e marrone, da cui filtrano strati viola e blu per mezzo di veli sovrapposti. Il dipinto, con solchi immaginari, soglie, crepe, crepitio, incisioni, sembra essere definito come micro residuo di un universo macro, vegetale o minerale: questo è ciò che resta di un’ipotesi di un paesaggio mai realizzato, ma infinitamente possibile, tra l’archeologia della natura e un’allucinazione.